Ridurre le disuguaglianze

Tra ieri e oggi

La maggior parte dei minori stranieri non accompagnati presenti in Italia ha tra i 16 e i 17 anni. Ragazzi e ragazze che entro pochi mesi, o un paio d’anni, usciranno dai Centri di accoglienza, perché maggiorenni. Da allora potranno contare solo su quanto hanno appreso e maturato in quel periodo: il livello di conoscenza della lingua, le competenze acquisite nei corsi di formazione professionale, le relazioni sul territorio, la comprensione delle regole del Paese che li accoglie.
Se è vero che i giovani migranti soli sono esposti a rischio di sfruttamento e violenza, la maggioranza di loro riesce ad avviare un positivo processo d’integrazione. La differenza la fanno gli educatori e gli operatori, le lezioni d’italiano, i laboratori di teatro e scrittura, pittura e fotografia, i corsi di formazione al lavoro. È così che i minori stranieri vengono a patti con la loro identità, la loro storia e socializzano con altri coetanei.
“Guardo al futuro – dice Ahmed, maliano quasi 18enne – anche se non dimentico il lungo viaggio pieno di sofferenze e pericoli, che mi ha portato in Italia. In questi due anni ho studiato, sono diventato elettricista e voglio lavorare per mantenermi quando uscirò da qui, ma anche per mandare soldi alla mia famiglia. Nessuno dice che nel mio Paese c’è la guerra, perché sono conflitti tra tribù e religioni diverse, ma sono scontri che lasciano molti morti tra civili. Io voglio presto una famiglia mia, lavorare, sposarmi e avere dei figli, aiutando anche i miei genitori, fratelli e sorelle rimasti a casa. Ma ora la mia casa è qui.”
L’integrazione di ragazzi come Ahmed è un grande vantaggio acquisito per qualsiasi Paese.